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Il programma del PDC

01.03.2006 - PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA ELETTORALE

IL PARTITO DEMOCRATICO CRISTIANO

«INSIEME PER RICOSTRUIRE L’ITALIA»

LINEE PROGRAMMATICHE PER LE ELEZIONI 2006

Per un voto libero e responsabile

A quanti intendono la politica come testimonianza personale di idee e di valori;

a quanti, nella propria azione, si ispirano agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa;

a quanti vivono gli ideali cristiani nella dimensione responsabile della famiglia, delle istituzioni e della comunità;

a quanti non hanno dimenticato la storia, le esperienze, gli ideali degli uomini e delle donne della Democrazia Cristiana;

a quanti sono animati da autentica passione civile e politica, nell’orgoglio di essere stati e di volere essere democratici cristiani;

a quanti non si riconoscono nell’attuale sistema politico ed elettorale del nostro Paese che non è né bipolare né proporzionale, con la conseguenza di aver generato a destra e a sinistra due schieramenti artificiosi, incoerenti, oggettivamente privi di programmi condivisi, per intrinseche e incolmabili distanze culturali e ideologiche tra le loro componenti sui grandi temi della vita, della persona, della pace, dell’economia, dello Stato e dell’Europa:

a quanti sono chiamati, nel voto per il rinnovo del Parlamento, ad esprimere una scelta libera e responsabile;

IL PARTITO DEMOCRATICO CRISTIANO

PRESENTA

IL PROPRIO PROGRAMMA ELETTORALE QUALE OCCASIONE DI DIBATTITO
STRUMENTO DI PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA RISPOSTA AI PROBLEMI VERI DELL’ITALIA

1.Principi ed idee-guida
1.1.IL PDC, nel nome e nella sostanza rivendica a pieno titolo la continuità con l’esperienza storica della Democrazia Cristiana e pertanto si richiama ai principi della centralità e del primato della persona, della libertà e della solidarietà, della famiglia quale fondamento della comunità civile, nell’armonia di funzioni tra società e istituzioni, tra mercato, crescita e sviluppo, specie nel contesto attuale in cui i popoli della povertà sono in forte movimento migratorio verso i paesi del benessere. Questi principi rivestono oggi un’attualità drammatica e al tempo stesso affermano la loro imprescindibilità cogente proprio nell’ambito di una crisi generale generata da una molteplicità di fattori e cause: il dissolversi del costume etico in nome di un relativismo che frantuma ogni certezza; un malinteso concetto di tolleranza che cancella ogni identità e rende il dialogo interreligioso e interculturale un alibi per sfuggire all’assunzione delle proprie responsabilità; i vuoti appelli alla comprensione in un contesto dal quale risulta assolutamente assente ogni criterio di reciprocità nei diritti e nei doveri, con sistematica violazione dei diritti universali della persona.
1.2. Non si tratta di negare i valori dell’accoglienza e neppure si può immaginare che la risposta sia in una sorta di crociata o di sterili proclami. La risposta risiede in una alta, forte, motivata riscoperta e affermazione della propria identità che per l’Italia e per l’Occidente significa irrinunciabilità sia alle radici cristiane e sia alle conquiste democratiche che nella libertà di culto, di pensiero e di informazione vedono il presupposto per promuovere la persona e le forme di espressione della sua socialità, e dunque la condizione di crescita e di progresso per tutti, nell’autentico rispetto di tutti. Il PDC non è un partito confessionale. La laicità è il suo connotato, coerentemente con gli insegnamenti di don Sturzo e De Gasperi. Ma l’ispirazione rimane cristiana e la sua traduzione in scelte ed azione politica è elaborazione autonoma e non meccanica ripetizione e trasposizione dei principi universali del magistero della Chiesa in contesti particolari. L’autonomia è l’ambito proprio in cui si esplica e si esercita la laicità e cioè concretamente la responsabilità del cristiano nelle scelte che riguardano la “città degli uomini”. Non dunque riferimento esterno e formalistico ad un patrimonio di principi e di valori. Non ossequio esteriore, ma ricerca costante delle ragioni e delle speranze che prospettano un autentica civiltà della persona, della famiglia, dei popoli e delle nazioni, oltre che delle organizzazioni sopranazionali.
1.3. Un cenno particolare sollecita la questo punto di vista la Comunità Europea. Il cammino è stato lungo. I processi di allargamento faticosi e positivi. Ma nel contempo non poco ci si è allontanati dallo spirito dei padri fondatori e ciò lo dimostra clamorosamente l’assenza di una politica comune europea, l’estrema debolezza per non dire la latitanza di fronte alle crisi internazionali sempre più virulente, la mancanza di risposte coerenti ed incisive rispetto ai fenomeni della globalizzazione dei mercati, la crisi di molti settori produttivi, le difficoltà enormi nell’approvvigionamento energetico. Non c’è nessun riferimento ad un orizzonte culturale di valori condivisi, salvo il richiamo al principio di un’agnostica tolleranza che dice tutto e niente. Dinanzi ed in conseguenza di questo vuoto culturale, che denuncia un ripiegamento difensivo e un appannamento di ogni idealità, storicamente e politicamente motivata, l’Europa si è fatta e si fa conoscere sempre più come l’Europa dei burocrati e dei banchieri, l’Europa dell’euro, l’Europa delle guerricciuole agricole interne, l’Europa non a due ma a venti velocità. Richiamarsi, di fronte a questa evidente crisi di identità, alle intuizioni e alle linee di pensiero e di azione di De Gasperi non è vuoto esercizio retorico, ma certezza che è ancora possibile trovare la strada giusta perché l’Europa, e l’Italia nell’Europa, siano, soprattutto nei mutati scenari internazionali, occasioni di crescita economica., di progresso culturale, di sicurezza e fattori propositivi di pace.


2.Sistema elettorale e sistema democratico
La recente riforma elettorale ha un solo aspetto positivo: l’aver introdotto il principio proporzionale.
2.1.Il PDC ha sempre sostenuto, con buone ragioni, che il cosiddetto bipolarismo è un sistema innaturale alla tradizione culturale e democratica dell’Italia. Il nostro paese è sempre stato fortemente segnato da un accentuato pluralismo culturale, oltre che da tradizioni di autonomia nell’articolazione della forma-Stato. La storia dell’Italia repubblicana insegna che anche piccole formazioni hanno dato un contributo notevole al consolidamento della democrazia e alla crescita economica. Una democrazia non è solo nel peso quantitativo dei voti è anche nella capacità di valorizzare le minoranze. E’ pur vero che il pericolo di una eccessiva frantumazione e quindi dell’ingovernabilità è reale. Ma è ben più grave cancellare le specificità il che molto spesso comporta il cancellare voci e testimonianze che arricchiscono il confronto e il dibattito.
2.2. La riforma elettorale, introducendo il proporzionale, dovrebbe finalmente mettere in soffitta quel bipolarismo che ha creato solo cartelli elettorali di comodo, realizzati a prezzo di qualsiasi coerenza di programma. Il sistema italiano non sopporta ingessature. Anche la durata dei governi, se è solo la conseguenza di un’ingessatura elettorale, non è sinonimo di buon governo. Il ritorno al proporzionale dovrebbe liberare opinioni, voci e forze, dando loro diritto di cittadinanza. Solo che quel ritorno, nell’elaborazione del complesso meccanismi procedurali, di fatto reintroduce quel bipolarismo che si voleva a parole superare. E quel che è peggio, avendo cancellato il voto di preferenza, garantisce al massimo e blinda il potere delle oligarchie di partito. Sicché, alla fine il rimedio è peggiore del male.
2.3. Bisogna porre in programma una vera riforma elettorale che, in quanto tale e soprattutto in quanto coerente interprete delle peculiarità della tradizione politica e democratica dell’Italia, sia effettivamente proporzionale e sia incentrata sul voto di preferenza. Senza la preferenza il voto è dimezzato. Con la preferenza si pone la condizione per restituire all’elettore un voto pieno e partecipato, concorrendo egli non solo alla scelta dei partiti ma anche degli uomini e delle donne che li possano rappresentare in parlamento. La governabilità deve essere assicurata o con premio di maggioranza o con sbarramento, e non con l'introduzione di entrambi.
2.4. Su questo terreno il PDC ritrova con la proprie ragion d’essere la sua connotazione formale ed organizzativa:
a) il PDC intende organizzarsi come partito federale su base regionale, aperto ai movimenti, attento alla dimensione Regione che è ormai il primo riferimento istituzionale del cittadino nelle sue domande e nell’esplicarsi della sua vita sociale;
b) il PDC, qualificandosi come partito di centro, interpreta la propria autonomia come identità e valore e pone il tema delle indicazioni elettorali e delle alleanze sul terreno delle possibili convergenze di programmi e di prospettiva politica.
c) Il PDC, attualizzando la tradizione democratico cristiana nel nuovo contesto storico, si impegna a dare stabilità al sistema istituzionale evitando i continui cambiamenti e promuovendo un sistema di revisione costituzionale che preveda una larga base di consenso.
d) Il PDC intende concorrere a gestire il sistema senza colpi di mano, volendo garantire stabilità e un ruolo forte della burocrazia, che garantisca la continuità e non l'utilizzo dei sistemi di consulenza o di spoil system, che di fatto promuove discontinuità e instabilità nel sistema.


3.Linee-guida della piattaforma programmatica
E’ del tutto evidente, per le premesse di questo programma, per l’esplicito riferimento ai principi di ispirazione cristiana, e dunque della solidarietà e della sussidiarietà che si esprimono anche nell’azione e nelle politiche dello Stato nella valorizzazione delle forme proprie dell’autonomia istituzionale (Regioni, Province e Comuni) che la persona e la famiglia sono riferimenti centrali. La promozione dell’una e dell’altra non implica chiusure culturali verso situazioni di disagio. Ma senza confusioni e senza equiparazioni improprie. Il sostegno, anche economico, non si esaurisce in un assegno propagandistico, ma in una vera politica sociale nei campi del lavoro, dell’assistenza, della sanità, delle strutture di servizio che vanno dalla scuola all’ospedale, dall’asilo-nido al centro di accoglienza, dalla fabbrica alla cooperazione nella produzione dei beni, nell’erogazione del credito, nella tutela del risparmio che spesso è l’unica forma di garanzia per la famiglia quando deve investire nella casa o nella formazione dei figli. Tutto deve essere orientato nella direzione ora indicata la quale costituisce la base e il traguardo di ogni politica: famiglia ed educazione (asili-nido, casa, quoziente famiglia per il fisco). Ciò precisato, possono essere utilmente dettagliate altre e più specifiche linee o campi di intervento.
3.1. Motore della nostra economia è sempre stata la piccola impresa industriale, artigianale, commerciale, agricola, e adesso anche tecnologica. Pertanto è una politica miope quella di bruciare immense risorse del Paese nelle fornaci delle grandi aziende pubbliche e private. Priorità assoluta, anche negli investimenti, va riservata alla ricostituzione del tessuto delle piccole imprese, attraverso la politica dei piani regolatori e la disponibilità di aree artigianali e commerciali, con l’incremento delle forme del credito agevolato. La piccola impresa non è in alternativa alla grande impresa, ma è ad essa funzionale, tenuto anche conto delle nuove modalità organizzative del lavoro, in conseguenza del grande sviluppo tecnologico.
3.2. Le privatizzazioni selvagge (e talvolta persino la svendita) dei beni e dei servizi che lo Stato aveva realizzato durante gli anni della ricostruzione, non hanno né migliorato i conti pubblici, né creato più sviluppo ed occupazione. Una revisione di tale politica si impone perché il liquidare tutti i beni dello Stato per fare cassa di fronte all’emergenza è impoverire le generazioni future e svendere l'identità produttiva dell'Italia.
3.3. La politica del lavoro va fondata sul metodo della reale concertazione con le parti sociali. Va soprattutto rivista la formula del precariato. Un’occupazione precaria deve essere limitata nel tempo. Ed ancor più drammatica è la situazione di chi, dopo 10, 20 anni di lavoro è, per crisi congiunturali, espulso dai processi produttivi con insormontabili difficoltà di inserimento. E’ una intollerabile mortificazione della persona e un impoverimento sociale ed economico. Bisogna trovare deterrenti alla delocalizzazione industriale e produttiva, non è ammessa timidezza di sorta nella difesa dei livelli di vita dei lavoratori italiani. Una politica del lavoro e dell'integrazione deve riconoscere i diritti dei cittadini italiani al lavoro considerando anche la necessità di integrare i nuovi fenomeni di immigrazione che non possono essere lasciati ad un controllo inesistente di come essi si sviluppano. L'immigrazione deve rispondere ad una integrazione sostanziale degli immigrati nel nostro sistema di diritti e doveri, senza che essi tendano ad imporre le proprie a scapito stesso dei cittadini italiani. Il rispetto di fenomeni emigratori passa attraverso la reciprocità soprattutto decisa della nostra cultura e tradizione.
3.4. Nella politica dello sviluppo sono prioritari gli investimenti nella scuola, nell’università e nell’innovazione tecnologica e nella ricerca scientifica, creando anche delle nicchie di eccellenza con raccordi a livello internazionale, senza penalizzare la piccola e media impresa, impossibilitata di far fronte da sola ai costi della ricerca.
3.5. Nella politica sanitaria non è affatto vero che la concorrenza tra pubblico e privato migliora l’offerta e la qualità del servizio, perché il privato opera in tutt’altra logica rispetto ai bisogni reali e alle patologie che non producono reddito, stabilendo frequentemente di fatto due liste d’attesa a seconda che la richiesta sia convenzionata o a pagamento. Le esperienze maturate devono portare ad una radicale revisione degli ambiti e alla cancellazione delle liste d'attesa. Diritti uguali per tutti (devoluzione amministrativa).
3.6. La nostra adesione ai limiti di Kyoto in fatto di emissioni gassose, monossido di carbonio in particolare, impone produzione pulita di energia. Indispensabile concentrarsi sulle fonti alternative: nucleare di ultima famiglia, solare termico, solare fotovoltaico, eolico, caldaie selettive, GPL per vetture euro 0. Particolare attenzione meritano il bioctenolo o gasolio prodotto con prodotti agricoli eccedenti. L'Italia deve ottenere i canali necessari ad un approvvigionamento energetico evitando di difendere monopoli interni.
3.7. Irrinunciabile deve essere il monitoraggio dell'aumento prezzi rispetto ai salari, ad esempio verifica delle tariffe, tariffa assicurativa unica su patente e non su targa, tariffe RCA ministeriali.
3.8. La funzione trainante della politica infrastrutturale deve coniugarsi con l'impatto ambientale e con la rapidità decisionale. Si alla TAV, no alle cattedrali nel deserto, mortificando la portualità, la modernizzazione della viabilità ordinaria e autostradale.
3.9. E' indispensabile riprendere un'aggiornata politica per il turismo, per recuperare posizione compromessa nella scala mondiale. Potenziamento delle scuole professionali, con particolare attenzione all'alberghiero e alle lingue, ammodernamento delle strutture, promuovendo fondazioni a partecipazione mista pubblico-privato per il museale. Aumentare la qualità dell'offerta turistica, annullando i punti deboli della stessa, primo fra tutti il livello dei prezzi dei servizi turistici, oltre a convincerci che gli scioperi nelle strutture pubbliche sono fattori destabilizzanti.
3.10.Collocare la politica agricola, italiana ed europea, in funzione della domanda del consumatore, richiede di far sì che i tracciati di filiera si fondino sulla valorizzazione dell'origine e sulla tracciabilità. L'eliminazione degli “svantaggi competitivi” dell'impresa italiana, il modo propulsivo del comparto agroalimentare fondato sulla valorizzazione dell'origine territoriale del prodotto, il rifiuto degli “opposti favoritismi” delle rendite e dell'assistenzialismo impongono scelte coraggiose di tutela dei sacrifici e del lavoro degli addetti all'agricoltura e della loro professionalità. Il progetto di sviluppo per l'attuazione della “rigenerazione” della nostra agricoltura impone meno costi per l'impresa, più risorse ed investimenti per i nostri prodotti.
3.11. I 43.000 sfratti in un anno sono la riprova della necessità di una indilazionabile ripresa di edilizia sociale, dopo l'eliminazione dalla busta paga dei contributi ex Gescal. La strada della vendita delle case ex IACP agli inquilini a prezzi politici è difficilmente percorribile per la vetustà degli immobili e la necessità di costosi interventi di manutenzione straordinaria. Sono necessari almeno tre miliardi di euro annui, per cinque anni per avviare un nuovo piano casa e per aiutare le famiglie per la lievitazione dei canoni d'affitto.
3.12. L'Italia deve adeguare il suo sistema bancario e finanziario alle sfide internazionali realizzando una trasformazione morbida del sistema che tuteli il risparmio e garantisca la produttività degli investimenti.
3.13. La politica fiscale deve essere in grado di consentire la formazione di risorse in capo alle famiglie e ai cittadini per attivare una condizione di mercato che faccia ripartire il nostro sistema economico oggi bloccato da una mancata politica di redistribuzione dei redditi.
3.14. Il riferimento costante e imprescindibile della politica estera è l'Europa nel rapporto con gli Stati Uniti, con i paesi dalle economie emergenti e con le realtà complesse della questione araba. Sulla politica estera l'Italia deve evidenziare un suo ruolo definito nei nuovi fenomeni di globalizzazione utilizzando gli strumenti che il nuovo sistema internazionale pone in essere (finanza, informazione, strategia della sicurezza economica, sociale, ed integrazione etnica). Nella UE si deve ringraziare il patto di stabilità dopo la posizione inglese e tedesca e dopo la bocciatura francese e olandese del trattato per la costituzione europea. L'Italia non può pagare i conti di un'Europa incompleta e senza direzione politica, ma deve attivarsi per ricostruire un ruolo politico dell'Europa.

4.Un mondo dimenticato.

4.1Il PDC guarda e si rapporta con particolare attenzione al mondo degli adulti e degli anziani, perché, se è giusto e necessario individuare nella componente giovanile il futuro del Paese, non si può certo dimenticare l’apporto prezioso di sapere, di esperienza, di valori, di sacrificio che le generazioni uscite dal mondo produttivo possono dare alle famiglie e alla società.
4.2 La riforma del sistema pensionistico deve farsi carico di garantire un equo potere d'acquisto tale da assicurare alloggio e tenore di vita decoroso a tutti.
4.3 L'assistenza deve essere integrata fra la struttura pubblica e famiglia, con incentivi che privilegino l'accompagnamento al disabile e all'anziano non autosufficiente. Aiutare le famiglie con supporti finanziari, ma anche con presenza di sostegno e di sollievo dei genitori.
In conclusione se la famiglia deve tornare ad essere il centro dell'organizzazione sociale, essa deve essere rispettata e valorizzata non solo in termini formali, ma tutelata nei suoi diritti fondamentali: casa, lavoro, assistenza, educazione e prospettive di lavoro e di inserimento dei figli.
La tutela della proprietà personale e nell'uso de beni, la tutela dell'integrità fisica, salute, assistenza, rispetto delle diversità, la tutela della sicurezza personale e collettiva costituiscono l'estrinsecazione dei “diritti minimi” da garantire all'intera comunità nazionale.
Ognuno di questi diritti deve essere tutelato dal complesso delle forze dell'ordine dello stato e degli enti locali; tutte le forze addette alla sicurezza devono coordinare il loro intervento nei confronti di tutte le popolazioni per evitare l'enorme dispersione di risorse oggi esistenti che no porta alla tutela di questi “diritti minimi”, ma raggiunge soltanto un numero limitato di popolazione e in casi eccezionali

Il segretario politico del Partito Democratico Cristiano
On. Gianni Prandini


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